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Il Ministro Lucia Azzolina
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Storia di Aurora e degli adolescenti dimenticati in Dad

Chi non ha mai desiderato di poter tornare giovane ma con la maturità e consapevolezza dell’essere adulto?

Io no!
Almeno non ora che c’è la pandemia.

Da adulto sto bene come sto e sicuramente sto meglio di tanti adolescenti che per colpa della pandemia stanno subendo quella che in molti hanno definito una guerra invisibile. Ma insieme proviamo a ragionare su quanto si legga e si parli di crisi di governo, di crisi economica, di vaccini, di crisi del lavoro di sanità e di scuole chiuse e da tutto questo leggere e parlare, cosa ne emerge?
Risalta forte la caccia al colpevole, in secondo piano la ricerca della possibile soluzione e solo dopo e troppo poco si parla di chi resta vittima di questi problemi.

Pensiamo alle scuole, prima chiuse poi in alcuni casi vengono aperte parzialmente per poi essere richiuse totalmente o in parte. Poi pensiamo a come questo problema sia stato rappresentato. Pensiamo ai premi Oscar, sul palco all’assegnazione dei premi, come attrice protagonista “And the Oscar Goes To” MINISTRO AZZOLINA premio all’attore non protagonista “And the Oscar
Goes To” BANCO CON LE ROTELLE, premio della critica “And the Oscar Goes To” L’AUTOBUS TROPPO PIENO.

Ma per il ruolo dell’adolescente in DAD che non può socializzare nemmeno la nomina. Credo invece che l’adolescente meriti il ruolo di protagonista. E per motivare la mia convinzione ti racconto di una storia vera di un paio di giorni fa. Ti racconto di Aurora (nome inventato) un’adolescente di 15 anni. Aurora sta passando le sue ore in casa davanti a un piccolo monitor di un computer portatile da 13,3” (pollici) che ogni tanto si litiga con la sorella di 22 anni.

All’inizio non andare a scuola era un gioco una novità ma è bastato poco tempo per provare disagio nel fissare quell’immagine priva di naturalezza. Gli occhi dopo un po’ bruciano, la professoressa parla ma ogni tanto si perdono le parole a causa della connessione che fa scherzi. Spesso deve mettere anche delle fastidiose cuffie per riuscire a non essere distratta dai rumori
della strada.

La pausa tra una lezione e l’altra non è più un momento di gioia condiviso con compagni di classe ma un periodo triste perché distolti finalmente gli occhi dal monitor, Aurora trova una casa vuota. I genitori sono al lavoro (almeno non c’è il problema della cassa integrazione) e la sorella più grande, quando c’è, è nell’altra stanza anche lei in DAD. Aurora a 15 anni soffre questa assurda normalità, così sbagliata e votata all’isolamento.

Con quasi un anno di DAD non solo gli occhi ma anche la persona incomincia a soffrire. Al punto di cercare rifugio nella nonna che però non abita in casa con lei. Al telefono Aurora chiama la nonna e con la voce di adolescente spaventata le chiede “nonna
potresti venire a farmi compagnia?” Ma questo contatto non le è sufficiente perchè anch’esso è instabile come la connessione internet ma non certo per colpa della nonna che non abita con lei.

E come poter dare la colpa ai genitori che devono lavorare! Aurora non vuole assolutamente coinvolgerli e farli preoccupare.
Dopo pochi giorni la telefonata della quindicenne Aurora alla nonna si trasforma da sussurro a grido di sofferenza “nonna non ce la faccio più, non posso nemmeno buttarmi dalla finestra perchè abito in ammezzato e non mi farei male abbastanza”, “non respiro mi manca l’aria”.

Ma Aurora non si sente sola soltanto in casa.
Non si riconosce in nessuno dei messaggi che giornali e TV stanno trattano. Gli adulti parlano solo di politica, economia, vaccini, lotteria degli scontrini e perfino di Sanremo ma perchè non parlano di noi?!!!! E’ tutto così distante da lei.

Il problema degli adolescenti nell’epoca di Covid-19 non è priorità dei media e questo è un segnale. Ma anche questa volta credo sia importante avere il contributo di uno specialista che ci aiuti a capire cosa succede veramente e cosa possiamo fare.

Ci aiuterà in questo la dott.ssa Lucia Becce, psicologa e presidente di Telemaco Trieste, associazione che si occupa della prevenzione e della cura del disagio infantile e adolescenziale.

Dott.ssa Becce, potrebbe spiegare il caso di Aurora?
La pandemia è quello che in psicologia chiamiamo un trauma collettivo. Significa che ogni soggetto è chiamato a fare i conti con l’impatto che essa ha nella sua vita. Nel caso di Aurora, la casa vuota sembra angosciarla, ma il perché non è scontato. Si sente abbandonata? Oppure nella solitudine emergono delle sue difficoltà che la normalità precedente nascondeva? Non lo possiamo sapere, e forse neanche Aurora lo sa del tutto, perché mettere in parole ciò che accade in questo momento è difficile per gli adolescenti come negli adulti. Cercare un responsabile o peggio un colpevole all’infuori di noi può essere una tentazione che funziona da risposta difensiva, ma che non ci esime dalla responsabilità – personale, sempre – di trovare una risposta possibile per abitare quella che è, al momento, la nostra normalità.

In epoca di Covid-19 è cambiato il rapporto tra insegnanti e alunni e tra genitori e figli?
Certamente i rapporti sono cambiati dal momento in cui cambia la “scena” in cui questi attori sono collocati. In adolescenza lo spazio familiare diventa saturo e i ragazzi anelano spesso un “altro luogo” dove poter giocare alla vita. Questo spazio in genere è la scuola, ma non solo, sono tutti quegli spazi dove possono incontrare i pari e mettersi in gioco. Mancando questi spazi naturalmente ci sono degli effetti, che si declinano diversamente di famiglia in famiglia. La possibilità di questo tempo è quella di interrogarci sul modo in cui il sapere viene trasmesso. Da sempre, la scuola si fonda non solo su un passaggio di informazioni, ma sul legame: tra alunno ed insegnante, e tra i compagni stessi. Proprio l’articolazione di quel legame, “il buon incontro”, avrà effetti incisivi e perduranti sulla vita dei ragazzi e sul loro futuro a venire. Un mero passaggio di informazioni è del tutto inutile, dal momento che sono già a disposizione su qualunque cellulare. Quello che nessun dispositivo può trasmettere invece è la passione per una materia ed uno sguardo attento, un sapere incarnato appunto, che può essere offerto solo da un buon professore.

Quali consigli si sente di poter dare?
L’etimologia di “crisi” deriva dal greco e nella sua antica accezione significava “scelta”. Siamo tutti chiamati a scegliere come collocarci in questo tempo, decidere cosa è essenziale e cosa meno, riuscire a nominare cosa manca, pensare a cosa fare posto, ora che la normalità come ci appariva è sovvertita. Ai ragazzi che vedo e che si lamentano della scuola, consiglio di condividere il loro disagio insieme ai compagni e immaginare proposte da attuare. È difficile occuparsi degli altri quando in prima persona si soffre, ma credo che gli adulti debbano fare uno sforzo in più, riconoscendo che il malessere dei giovani debba passare in primo piano. Abbiamo una grande responsabilità nel mondo che consegniamo loro, e soprattutto nelle parole che diciamo loro perché queste determineranno la loro realtà. Credo fortemente nel legame e nella forza salvifica della parola – la parola propria, non il discorso trito e ripetuto.

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