Afghanistan: ritiro delle truppe? No, lo stiamo abbandonando
Militari in Afghanistan

Afghanistan: ritiro delle truppe? No, lo stiamo abbandonando

L’esercito italiano è presente, operativamente, in Afghanistan dal 2002 in una serie di missioni, che nel corso degli anni hanno assunto denominazioni diverse, nelle quali sono stati impegnati militari di molti paesi della Nato, degli Stati Uniti, dell’Australia e del Canada e che, nei periodi di maggiore presenza, hanno raggiunto il consistente numero di 120 mila.

I paesi occidentali sono intervenuti in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 con l’obiettivo di abbattere il regime dei talebani che proteggeva le basi del terrorismo e per accompagnare la ricostruzione della democrazia e la tutela delle libertà civili.

Il maggior peso militare è stato sostenuto dagli Stati Uniti ma il contributo italiano non è stato irrilevante: negli anni abbiamo schierato migliaia di uomini, con punte di più di 3 mila fra il 2010 e il 2015; abbiamo subito e pianto quasi 60 militari uccisi, per la maggior parte, in azione, e centinaia e centinaia di feriti.

Attualmente schieriamo sul campo 800 militari concentrati soprattutto nella Provincia di Herat, grande come l’Italia del Nord e che si trova nella parte occidentale del paese ai confini con l’IRAN. Questo impegno, quasi ventennale, fra pochi mesi verrà meno dopo la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal paese e che ci coinvolge e condiziona senza però essere riusciti a stabilizzare l’Afghanistan e a estirpare il regime dei Talebani che, già oggi, controllano quasi la metà del territorio e si apprestano a riconquistarlo
totalmente secondo le previsioni della maggior parte dei commentatori di politica internazionale.

La storia dell’Afghanistan è costellata di scenari nei quali, alla fine, hanno il sopravvento le fazioni e tribù locali contro coloro che vengono considerati come “invasori” del loro paese. Rimando alla lettura de “Il grande gioco” di Peter Hopkirk o di “Il ritorno di un re: La battaglia per l’Afghanistan” di William
Dalrymple.

La stessa invasione dell’Unione Sovietica, che è durata 10 anni per sostenere un regime comunista venne travolta, in un bagno di sangue, dalla vittoria dei mujaheddin.

Il ritiro dei nostri soldati non sarà indolore, soprattutto per tutte quelle persone che hanno deciso di collaborare con noi credendo al progetto di libertà e di dignità delle persone (non dimentichiamoci della condizione della donna e dell’abisso nel quale può ripiombare) che il mondo occidentale si impegnò a realizzare e che oggi viene vissuto come la prova di un fallimento e di un tradimento.

Sono soprattutto gli interpreti che ci hanno aiutato sul campo ad essere i più esposti. Le avvisaglie si sono avute già alla fine del 2020 con il “licenziamento” dei nostri collaboratori. Una cinquantina di interpreti che hanno accompagnato i nostri soldati nelle missioni più pericolose (pagati 4 dollari al giorno) sono stati improvvisamente lasciati a casa, esposti alle vendette dei Talebani. Una campagna
di stampa di Fausto Biloslavo (che conosce bene l’Afghanistan per aver subito direttamente la violenza durante il regime comunista) ha fatto desistere, momentaneamente, il Ministero della Difesa ma la questione si riproporrà con la partenza del contingente militare.

La necessità di tutelare i collaboratori si era già presentata nel 2013 quando ritornò in patria la maggior parte delle truppe italiane. A quel tempo il Ministro della Difesa Roberta Pinotti aveva fatto approvare un programma di protezione per 117 collaboratori Afghani che trovarono asilo in Italia con le loro famiglie (anche se 35 di loro rimasero vittime delle imbattibili trappole burocratiche di cui siamo maestri
e a 9 anni di distanza cercano ancora di lasciare il loro paese).

Con il nostro ritiro non possiamo girare lo sguardo dall’altra parte. Il problema è grave e non dobbiamo abbandonare alle vendette queste persone. Molti paesi occidentali si stanno muovendo. Scorrendo la stampa internazionale in un articolo del “The Washington Post” del 21 gennaio 2021 si ricorda l’impegno degli Stati Uniti per il rilascio di 19 mila visti ai loro collaboratori. Il 23 aprile 2021 “The Guardian” ricorda che più di 300 interpreti sono stati uccisi, dal 2016, dai Talebani e cita casi concreti e  documentati di attacchi mirati fin dentro le loro case e contro le loro famiglie.

Il presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo sull’immigrazione per il rilascio di un visto speciale per gli alleati iracheni e afghani al fine di assicurare la loro incolumità.

Noi italiani abbiamo usato gli occhi e le orecchie di molti uomini e donne afghani coinvolgendoli in un impegno di civiltà che non ha raggiunto i suoi obiettivi ma che non deve naufragare nel disonore di abbandonare al loro destino, che si prospetta tragico, coloro che hanno creduto alle nostre parole.

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