Siamo tutti “vittime social” e di quella rabbia che non avremmo…
Claudia D'Atri, psicologa

Siamo tutti “vittime social” e di quella rabbia che non avremmo…

Servizi di rete sociale comunemente chiamato social network, la pandemia ci ha avvicinato ancora di più all’utilizzo di internet ormai alla portata di tutti, basta avere uno smartphone.

Grazie all’abbinamento smartphone, internet e social network possiamo conoscere in tempo reale come la pensano su un dato tema, virologi, politici, medici, politologi, economisti. Possiamo assistere in diretta streaming alle notizie dell’ultima ora, alle conferenze stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri, di Presidenti di Regione, al pensiero di un direttore di rete,
addirittura essere incitati da un presidente di una nazione, il tutto online e tutto assolutamente easy.

Fino a 20 anni fa queste informazioni arrivavano dai TG, dai giornali e risultavano ai più, noiose. Oggi i social network sembrano avere un effetto magico, quello di creare una virtuale interazione diretta con quanto fino a qualche anno fa era irraggiungibile, basta una chat, un like e ci si sente attivi e appagati.

In periodo di Pandemia, viste le ridotte libertà di socializzazione reale, ci si è concentrati sulla socializzazione online. Con lo Smartphone, il tablet, il computer, possiamo facilmente fagocitare conoscenza. Possiamo conoscere in tempo reale la situazione dei contagi Covid, il numero di decessi Covid, quanti vaccini arriveranno in Italia o in altri paesi europei o in altre parti del mondo, quanti miliardi riceveremo noi dal Recovery Fund e quanti la Spagna o la Francia, cosa succede negli USA, in
Russia, o in Cina.

E’ una disgrazia avere tutte queste informazioni e non poterle sfoggiare con gli amici al bar o al ristorante visto che li hanno chiusi. Ci hanno chiuso i principali luoghi di socializzazione dove, bevendo un aperitivo o mangiando una pizza, trovavamo la soddisfazione, il benessere di un confronto che spesso si traduce in autostima.

Ora che parlare è più difficile allora ci si concentra ancora di più sui social network a chattare e concedere like. Ma non è una novità, pensate che prima della pandemia, quando stare vicini non era un problema, nel mondo comunque si passavano mediamente 7 ore al giorno usando internet, metà delle quali su dispositivi mobili come lo smartphone.

Più di due ore al giorno venivano dedicate ai social network quali Instagram, Facebook, Whatsapp. Quindi se prima della pandemia si utilizzava la tecnologia ora siamo ad un sovrautilizzo della tecnologia. Questo perchè tutti noi abbiamo bisogno di soddisfare il senso di appartenenza, di essere connessi con gli altri.

Ma purtroppo i social media sembrano modificare questa connessione.

Uno studio americano condotto tra il 1991 e il 2018 ha rilevato una differenza di benessere psicologico, che risultò essere più alto nei soggetti più dedicati alle interazioni sociali e che facevano un uso limitato della tecnologia, mentre più basso risultò il benessere psicologico in chi trascorreva più tempo con l’utilizzo della tecnologia.

Molti avranno vissuto l’esperienza di parlare di politica o di calcio tranquillamente al bar con un amico e trovare lo stesso amico su qualche social a commentare gli stessi argomenti con un’aggressività verbale mai manifestata in presenza. Questo purtroppo non è un caso raro. E’ sempre più raro e difficile riuscire a trasferire sui social network una connessione con gli altri,
che sia il risultato di un confronto costruttivo di idee e opinioni.

Il dialogo e l’opinione spesso sono sostituiti da sentenze irrevocabili coercitive, aggressioni verbali, spesso offensive. Ma perchè succede? Una prima causa potrebbe nascondersi nelle strategie adottate dai social media che fanno leva su meccanismi psicologici che hanno lo scopo di aumentare il tempo trascorso su di essi. Una di queste è ricompensare l’utente per una sua azione (a random) stimolando la sensazione di essere apprezzati, considerati dagli altri ad esempio con like e notifiche.

Ci tengo a dire che le piattaforme social network lavorano con algoritmi che usano per studiarci (le profilazioni). Sanno praticamente tutto di noi eppure nonostante abbiano gli strumenti per farlo, non sembrano interessarsi della nostra sicurezza, sopratutto di quella degli under 13.

Un problema così delicato e in veloce evoluzione a causa della pandemia necessita del supporto di un professionista. E’ per questo che ho pensato al contributo autorevole della Dott.ssa Claudia D’Atri laureata in Psicologia all’Università di Bologna.

Dott.ssa D’Atri qual è la causa di tutta questa aggressività?
Ritengo che il motivo di così tanta aggressività vada ricercato e collegato ad un livello di frustrazione sempre più crescente tra le persone. La mancanza di considerazione e stima porta indubbiamente ad un senso di frustrazione che si tramuta in aggressività verso gli altri o, talvolta, verso se stesso. Tutti noi abbiamo dei Bisogni e quello del riconoscimento, dell’essere ascoltati e riconosciuti sono tra i più difficili da poter raggiungere: non poter attribuire ad una frase, un pensiero pubblicato, un’intonazione, rende tutto interpretabile su base personale, ed in base ovviamente allo stato d’animo del momento. Per loro stessa natura, le relazioni sociali virtuali, proprio grazie alla mancanza di conoscenza diretta, permettono la caduta libera dei freni inibitori, favorendo così quella spavalderia, spudoratezza e villania altrimenti inibita. La svalutazione delle responsabilità, proprio in quanto soggetti incorporei, arroga a sè in qualche modo il diritto e il dovere di poter dire qualsiasi cosa, senza curarsi delle conseguenze per sé e per gli altri, come se non fossero cosa che ci riguarda, che ci appartiene.

Ma l’aumento dell’aggressività nei social network è dovuto proprio al fatto che in molti siano convinti che solo alzando la voce ed esprimendo opinioni volte a distruggere l’idea dell’altro, diciamo gli avversari, riescono ad ottenere più consensi si fanno belli e grandi perchè in realtà celano un loro malcontento o mancanza interiore. Attenzione però che la piazza telematica non è tutto oro, ma ha anche l’effetto di spersonalizzare e dematerializzare la comunicazione. L’identico messaggio riferito a voce o scritto in rete ha esiti diversi.

Esiste il rischio che questa aggressività si trasferisca dai social media alle società reale?
La Rete rappresenta ormai una realtà per moltissimi di noi, ma che non si limita solo ad una dimensione virtuale, ma che di fatto ha reali conseguenze anche nella “vita vera”, quella di tutti i giorni, con ripercussioni talvolta devastanti. Molti usano la rete come sfogatoio personale, solo ed unicamente per attaccare, denigrare e minacciare qualcuno, per trasferire agli altri le proprie frustrazioni represse, il proprio disagio interiore.

L’essere umano è un animale sociale, ma la sua natura è però guidata spesso dalle emozioni, dalle passioni, anche quelle ancestrali che sono l’orgoglio e il pregiudizio, poiché sono funzionali alla sopravvivenza. Chi è, dunque, dietro ad una tastiera è sempre sulla difensiva, molto più di quanto non accada faccia a faccia. Infatti è molto difficile ed improbabile che vis a vis chi è così aggressivo e arrogante in rete lo riesca ad essere in caso di interazione personale. Ricordiamo, inoltre, che nella comunicazione scritta manca sostanzialmente il paraverbale. La regolazione emotiva nelle relazioni arriva dallo sguardo dell’altro, cosa che non avviene negli scambi online. Lo sguardo, le espressioni del volto, il tono di voce, la postura fanno parte del linguaggio cosiddetto “non Verbale” hanno a che vedere con il rispetto: contrariamente alle interazioni faccia a faccia, quelle online non permettono di vedere le emozioni scritte sul volto di chi riceve le nostre parole. Non c’è scambio, quindi, ma solo un’espressione unilaterale di rabbia, aggressività e odio.

Si sente di suggerire un percorso educativo?
Tale argomento pieno di diverse sfaccettature e di natura diversa in base alle età che si vanno ad analizzare richiederebbe molti approfondimenti però per concludere con un consiglio pratico mi sento di affermare che: meglio sarebbe andare in palestra, sparare al poligono, praticare un’arte marziale o uno sport competitivo, tante sono le alternative che non intaccano le opinioni altrui con aggressioni verbali sui social media.

Purtroppo, la pigrizia prevale e ad attività salutari che attivano l’organismo e riducono la tensione derivata dalla rabbia molti preferiscono l’insulto gratuito dimostrando solo la loro appartenenza ai gradini bassi della scala di Maslow (raggiungimento dei
bisogni primari e non quelli più elevati fondamentali per il raggiungimento di una vita soddisfacente e appagante).

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